C’è un frutto che la Puglia ha quasi dimenticato. Cresce su un albero che non chiede acqua, resiste al sole di agosto e può vivere fino a cinquecento anni. Si chiama carruba. La polpa è scura, dolciastra, e per generazioni è stata chiamata “il cioccolato dei poveri”.
Una volta raccolta, la carruba viene essiccata, sminuzzata e trasformata in una polvere simile al cacao. Con quella farina si preparano ancora i mostaccioli della tradizione contadina. Poi c’è lo sciroppo: denso, scuro, aromatico. Per decenni è stato usato nelle case come rimedio contro tosse e mal di gola. Non solo in Puglia. In molte aree del Mediterraneo la carruba è stata utilizzata per secoli anche nella medicina popolare, dagli antichi egizi fino alle comunità berbere del Nord Africa.
Oggi diversi studi scientifici stanno rivalutando le proprietà nutrizionali della carruba. È ricca di fibre insolubili, polifenoli e inositolo. Alcune ricerche associano il suo consumo a effetti positivi sul controllo glicemico, sul colesterolo e sul metabolismo lipidico. Ma c’è anche un altro aspetto centrale: il carrubo ha un impatto ambientale bassissimo. Non richiede irrigazione intensiva, cresce in terreni difficili e necessita di pochissimi trattamenti chimici. Un modello agricolo che oggi rientrerebbe perfettamente nei principi della One Health.
Dietro la carruba c’è anche una storia antichissima. I suoi semi, considerati estremamente uniformi nel peso, venivano usati come unità di misura per l’oro e le pietre preziose. Da lì deriva il termine “carato”. Nelle campagne pugliesi i semi venivano lanciati a mano lungo i terreni: attecchivano lentamente e davano vita ad alberi destinati a restare in piedi per secoli.
In Puglia il carrubo è considerato così importante da essere tutelato anche dalla legge. L’articolo 18 della Legge Regionale n. 14 del 4 giugno 2007 protegge gli esemplari monumentali e secolari, vietandone l’abbattimento salvo autorizzazioni specifiche.
Tornare alla carruba oggi significa recuperare insieme alimentazione, memoria agricola e paesaggio mediterraneo. Tre elementi che nel Sud Italia hanno sempre camminato insieme.


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